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Dylan Dog oggi

- Illustrazione di Mr. Nonso. © degli aventi diritti.
Approfitto delle ultime due uscite del mensile Dylan Dog (dicembre 2009 e gennaio 2010) per cominciare questa sottospecie di blog da inesperto quale sono di questo media. E comincio facile, che Dylan Dog è, di fatto, il mio primo fumetto, il primo amore.
È una serie che seguo dal 1988. Mi ha formato, come lettore, e mi ha acceso la passione riguardo al linguaggio fumetto. Avendolo fruito a dodici anni, si può dire che mi ha segnato profondamente.
Ma da un annetto a questa parte, dato il ripetersi che prima o poi si presenta, fisiologico, in una serie senza fine come Dylan Dog, ho smesso di portare avanti l’acquisto (rituale) mensile dell’albo, sempre più fiacca abitudine e tradizione, che ormai soddisfaceva solo la fisima del completista, e che nulla più aveva della tensione fanatica verso la lettura più amata.
E così mi ritrovo ogni trenta giorni a sfogliarlo circospetto, in cerca di qualcosa, un indizio anche sottile, che possa motivarmi l’acquisto, stufo di stoccare fumetti inutili e che non leggerò nemmeno una volta.
Questi ultimi due mesi la scelta è stata facile, ma con alterni risultati.
Il n.279 “Il Giardino delle Illusioni” ad esempio mi ha lasciato davvero l’amaro in bocca. Generalmente quello che scrive Paola Barbato non me lo perdo e quindi l’acquisto era già obbligato in partenza, tanto più che ai pennelli è inaspettatamente tornato Marco Soldi, alla sua seconda volta a distanza di quindici anni dalla prima! Roba che neanche Stano…
E la delusione è proprio questa, dopo tanto tempo, quello che resta del Soldi che conoscevo è rimasto ben poco. Non so quale sia la causa, la vecchiaia, l’esperienza da copertinista, la cura Berardi, non so davvero. Del segno pulito, chiaro e preciso, con bianchi e neri netti e contrastanti, non ne rilevo traccia. E mi spiace, che tanto ho amato queste caratteristiche nelle copertine di Splatter (indimenticato) e che nelle copertine di Julia si apprezza una giusta evoluzione. Nel bianco e nero però, qualcosa si è perso, e me ne dispiaccio.
Venendo alla trama, si sviluppa nello spazio di tutto l’albo un estemporaneo impianto narrativo che gioca e ripete alcuni cliché abusati dal genere, per imbastire un soliloquio estenuante del solito Dylan sulle sue paure, la sua vita, le sue scelte, e gli stereotipi delle suddette situazioni. Nella atipicità del soggetto si abbatte una volta tanto la verbosità standard di casa Bonelli e lo si può davvero leggere tutto d’un fiato. La Paola ha fatto di meglio, ma storie così, fuori da ogni logica bonelliana se le può permettere solo Dylan Dog. La copertina è ignobile.
Il tanto annunciato e atteso n.280 invece, “Mater Morbi”, sorprende davvero. Il ritorno sulla serie regolare di Roberto Recchioni si impone serio e sentito, affiancato dall’amico Massimo Carnevale, debuttante sulle pagine del mensile. Dylan, in seguito a un malore, viene ricoverato in ospedale. Dopo una serie di esami, viene sottoposto ad anestesia totale dalla quale si risveglierà in un incubo. La clinica, da rinomata e all’avanguardia. si trasforma in una struttura fatiscente, dove operano infermieri grotteschi e improbabili. Il nuovo dottore ha il muso di Klaus Kinski, tutt’altro che rassicurante. Le sue condizioni peggiorano, e si ritroverà trasferito in terapia intensiva. Lì, finalmente, nei momenti di incoscienza, incontra Mater Morbi, personificazione della Malattia, e inizierà il duello per la guarigione.
La storia, di per sé, non è niente di originalissimo, c’è anche l’antagonista, bella e spietata femme fatale. Ma sono le considerazioni e le descrizioni dell’atmosfera in cui è calato tutto lo svolgimento a essere particolarmente efficaci e credibili. Come dichiarato dallo stesso Recchioni, è un soggetto che gli è costato molto scriverlo, perché in buona parte autobiografico. Racconta la Malattia e la condizione di Malato in modo incisivo e intimo. Tratta un argomento scomodo e da sempre rimosso, ne parla con cognizione ed esperienza, quasi come fosse un dovere morale affrontare e condividere apertamente questi argomenti, e non può essere che così. Storia semplice ma calibratissima, un meccanismo perfetto, e che si permette anche immagini (scopare la malattia) e ribaltamenti geniali (il vivo morente).
Riguardo al disegnatore, Massimo Carnevale non c’è molto da dire. E’ un fuoriclasse nel pieno della sua forma, che nel bianco e nero la sua pittoricità e precisione trova, a mio modo di vedere, la sintesi migliore. Un albo assolutamente da ricordare, insomma, da incorniciare, direi, non fosse che la copertina è davvero inguardabile…
Ok, due parole sulle copertine di Stano, per non liquidarlo così.
È un autore di per sé atipico (a tratti antipatico). Credo sia uno dei pochi ad avere scelto di incarnare completamente il segno di un altro. L’altro in questione è Egon Schiele, l’artista viennese (1890 – 1918) considerato a ragione uno dei migliori disegnatori del 900. Non so quanto possa essere davvero cercata questa cosa o quanto possa essere considerata naturale. Rifare completamente lo stesso segno, avendolo poi così assimilato e digerito come fa Angelo Stano, lo rende quasi credibile. E, di fatto, Stano mi piace!
Il problema è che ultimamente, soprattutto nelle copertine, sempre più sciatte nell’impostazione e nella colorazione, l’influenza di Schiele è lentamente evaporata, ma ha lasciato, di fatto, un vuoto pneumatico. Che ci fosse solo ispirazione e niente più?
Il dubbio mi assale.
Mr. Nonso


