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PostHeaderIcon Recensione. PIXAR, la nuova poetica Disney.

Illustrazione di Starkiller

Illustrazione di Starkiller

Era il 1986 quando Steve Jobs (ora noto per essere il padre dell’iMac, iPod, iPhone etc.) acquistò da George Lucas una piccola divisione della ILM, la Pixar.
Insieme ad Edwin Catmull la rese autonoma e iniziò ad intensificare lo sviluppo di software per l’animazione e la modellazione 3d, all’epoca ancora agli inizi.
Dopo alcuni anni di lavoro, sotto la supervisione di John Lasseter, con il ruolo di vice-presidente esecutivo del reparto creativo, e grazie agli ottimi risultati ottenuti realizzando brevi corti (nei quali nacque Luxo, l’ormai famosa lampada oggi simbolo della casa di produzione), la Pixar firmò un contratto in esclusiva con la Disney per produrre 7 lungometraggi.
Dopo un lungo e accurato lavoro, con la regia di Lasseter, nel 1995 uscì nelle sale Toy Story (primo lungometraggio interamente realizzato in computer graphics) e il successo fu mondiale.
L’uscita di questo film, ad oggi, si può considerare come un punto di svolta per il mercato dell’animazione, lo stesso che ebbe, nel 1937, “Biancaneve e i sette nani” della Walt Disney.
In quegli anni la produzione animata era composta principalmente di cortometraggi muti e in bianco e nero; fu Walt Disney nel 1928 a compiere il primo passo in avanti, presentando a New York “Steamboat Willie”, primo cortometraggio con sonoro sincronizzato, dove si fecero conoscere al grande pubblico Topolino, Minni e Gambadilegno.
In seguito al successo ottenuto, Disney produsse tra le altre cose le “Silly Symphonies” (1929–1939), serie di cartoni animati musicali. Nel 1932 l’episodio intitolato “Flower and trees” fu il primo cartone animato, grazie alla tecnica del Tecnicolor, interamente a colori.
Ma la genialità di Walt Disney lo portò a volersi confrontare con un’impresa molto più grande così decise, contro il parere di tutti e ipotecando la propria abitazione per reperire i fondi necessari, di produrre “Biancaneve e i sette nani”. L’impresa per allora sembrava così immane che a Hollywood il film, durante gli anni di produzione, venne ribattezzato “La pazzia di Disney”.
Dopo tre anni di duro lavoro uscì Biancaneve, il cui successo e la sua bellezza è tutt’ora apprezzata a distanza di più di 70 anni.
Certamente la Pixar ha dovuto affrontare molti meno problemi, soprattutto economici, ma entrambi i film hanno parecchi punti in comune. Tra questi, oltre ad essere stati record d’incassi, sono stati anche scelti per essere tra quelli preservati nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.
Ma quello che li rende così speciali è il fatto di essere stati i primi.
Se ora i film di animazione prodotti in CG sono così diffusi è merito anche del grande successo di Woody & c., come lo è stata Biancaneve per l’animazione tradizionale negli ultimi 70 anni.
Sicuramente la grande qualità tecnica di questi film è alla base del loro successo, ma non commettiamo l’errore di considerarlo il fattore determinante.
Infatti una grande tecnica, senza una precisa poetica ed una capacità di saper rendere “vivi” i personaggi, non avrebbe potuto decretarne un tale successo.
Ed è qui che la Pixar eredita la magia che fu di Disney: la capacità di rendere questi personaggi (Woody e Buzz, Nemo e Saetta McQueen, l’”incredibile” famiglia, fino ad arrivare a Wall-E e al signor Carl Fredricksen di UP) unici e amati da tutti.
Mi vorrei soffermare su Wall-E e UP perché sono rappresentativi di questo nuovo “mood” in cui viene dato un tocco personale pur mantenendo i clichè classici come lo scontro tra il bene e il male, i duelli ricchi d’azione e il sacrificio in nome dell’amicizia e dell’amore che sono tipici del mondo Disney.
Con “UP” la Pixar dopo 20 anni riporta un film d’animazione ad essere candidato all’Oscar nella categoria film, prima di questo solo “La Bella e la Bestia” riuscì nell’impresa di contendersi la statuetta più prestigiosa.
Anche questa volta non vincerà, ma è comunque rappresentativo dell’alto livello di produzione con storie mai banali e temi seri, in questo caso la tematica della solitudine degli anziani ai giorni nostri.
Anche narrativamente si possono notare degli spunti nuovi.
In Wall-E c’è tutta una prima parte senza un solo dialogo: sono le immagini e i gesti che parlano e che rendono Wall-E talmente umano da lasciare incantati per tutto il tempo.
In Up lo schema è simile: nella prima parte i dialoghi sono minimi, la storia del signor Fredricksen è una sequenza, magica e poetica allo stesso tempo, dove la musica e le immagini accompagnano la vita di questo personaggio al momento più tragico, fino a quando, per amore, non decide di partire per la grande avventura della sua vita.

Starkiller

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